
di Silvio Crisari
Nel calcio moderno continuiamo a fare un errore di prospettiva: valutiamo il portiere per ciò che evita, non per ciò che crea.
Eppure la direzione è chiara.
Il portiere oggi è un decisore attivo dentro il sistema di gioco, non un elemento passivo che interviene solo nella fase difensiva.
In questo senso, il lavoro proposto da Mister Andrea Visiello sul “dominio totale della palla” rappresenta una presa di posizione forte. Non è semplicemente una metodologia tecnica. È un cambio culturale.
Molti parlano di “portiere bravo con i piedi” come se fosse una competenza accessoria.
In realtà, il punto non è la qualità del gesto, ma il livello di responsabilità che siamo disposti ad affidargli.
Allenare il dominio della palla significa allenare un giocatore che:
Questo cambia tutto.
Perché nel momento in cui il portiere diventa un’opzione reale nella costruzione, la prima linea di pressione avversaria non può più essere aggressiva allo stesso modo.
E lì nasce il vantaggio.
Uno degli aspetti che condivido pienamente nella visione di Visiello è la progressione.
Non si tratta di insegnare un gesto tecnico in isolamento, ma di costruire una capacità di lettura.
Il punto chiave è questo:
il portiere non deve saper giocare la palla, deve sapere quando e perché giocarla.
Questa differenza è enorme.
Perché possiamo avere portieri tecnicamente puliti che però:
E quindi non creano vantaggio.
Al contrario, un portiere formato con una metodologia coerente sviluppa:
Questo è calcio evoluto.
L’utilizzo della paretina (come la Gingawall®) è interessante non tanto per l’aspetto tecnico, ma per quello cognitivo.
È uno strumento che:
Ma il vero valore non è nell’attrezzo.
È nel modo in cui viene inserito dentro una progressione metodologica.
Se usato bene, diventa un acceleratore di apprendimento.
Se usato male, è solo un esercizio in più.
Il punto critico, che Visiello evidenzia e che ho visto personalmente in diversi contesti internazionali, è questo:
continuiamo a formare portieri per il calcio di ieri.
Troppo lavoro sulla parata.
Troppo poco sulla partecipazione al gioco.
Il risultato è evidente:
portieri tecnicamente preparati tra i pali, ma in difficoltà nella gestione del possesso.
E nel calcio moderno questo è un limite strutturale.
C’è un passaggio implicito nella metodologia che trovo estremamente potente: il coraggio.
Non è un aspetto caratteriale innato.
È una competenza che si costruisce attraverso l’allenamento.
Quando un giovane portiere:
inizia a sviluppare fiducia.
E la fiducia cambia il comportamento.
Un portiere insicuro gioca per non sbagliare.
Un portiere formato gioca per creare vantaggio.
Nel mio percorso tra futsal e calcio ho visto chiaramente una cosa:
le squadre che controllano il gioco partono sempre da dietro.
E il portiere è il primo regista invisibile.
Non perché tocchi più palloni, ma perché:
Se il portiere è passivo, la squadra è prevedibile.
Se il portiere è attivo, la squadra diventa difficile da leggere.
Il lavoro di Mister Andrea Visiello ha un grande merito:
riporta il focus dove deve essere.
Non sulla tecnica fine a sé stessa.
Ma sulla costruzione di un ruolo evoluto.
Il portiere moderno nasce esattamente lì:
nel punto in cui tecnica, metodo e mentalità si incontrano.
E soprattutto, nel momento in cui smettiamo di allenarlo per reagire
e iniziamo ad allenarlo per decidere.